Ultima modifica: 10 gennaio 2016

Lettere dall’America

From my little big San Tan Valley, Arizona
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Un anno all’estero non è un anno in una vita, ma è una vita in un anno.
Dopotutto, un exchange student arriva a casa di una famiglia con un aereo, come i neonati sono portati da una cicogna. Un exchange student impara la lingua prendendo esempio da persone che la sanno, capisce come comportarsi in una società, cosa è culturalmente accettato e cosa non lo è; tutti passi che normalmente si compiono durante l’infanzia.
Un exchange student, una volta padroneggiati linguaggio e modo di fare, inizia a essere indipendente, uscendo con amici, praticando sport, o guidando; come un normale adolescente tende a fare.
E’ pensando a questo semplice elenco di cose che mi è tornato in mente di come sia stato difficile lasciare tutto ciò che avevo costruito in diciassette anni di vita e cominciare da capo con lo scopo di assemblare una nuova esistenza, che verrà lasciata alla fine dell’anno inanimata, ma mai dimenticata.
Vivere all’estero significa avere a che fare costantemente con il sentimento di essere un estraneo, isolato e solo. Significa imparare a conoscersi ponendosi domande su tutto ciò che si sapeva prima. Significa venire a conoscenza del fatto che non c’è soltanto un modo giusto per fare le cose.
Ci sono, e sono sempre più frequenti i momenti in cui mi dimentico che non è questo il luogo in cui ho sempre vissuto, ma quando me ne ricordo non è mai triste. Ho finalmente iniziato a capire qualcosa di me stessa, scoprendo di più riguardo a ciò che mi circonda.
Sono soddisfatta dell’esperienza che sto vivendo: si sta rivelando essere, oltre che un’apertura dei corti orizzonti che mi sono resa conto di avere, un insieme di momenti che non scorderò mai e che mi stanno rendendo una persona più completa – non migliore, completa.
Ilaria V.  4 CL

 

FROM FOSTER, RHODE ISLAND

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Quando mi chiedono perché sia venuta qua, non so trovare una risposta. Me lo chiedono spesso, mi dicono “Io non ce la farei a lasciare tutto e tutti e andare in un altro stato da solo; tu perché l’hai fatto?”. Penso spesso ad una possibile risposta, ma credo che in fondo io abbia scelto di partire ad occhi chiusi, senza una vera ragione.

Quando sono andata al mio primo incontro con Intercultura, ascoltando i ragazzi provenienti da ogni parte del mondo (c’erano alcuni cinesi che stavano facendo l’exchangeyear in Sicilia, l’accento era esilarante), ho semplicemente pensato “io parto”. Ero ancora in seconda liceo, avevo ancora un anno per decidere e due anni per partire, ma in qualche modo già sapevo che avrei voluto vivere quell’esperienza. Ci ho riflettuto miliardi di altre volte e per un periodo ho anche pensato di restare in Italia e continuare la mia comoda e sicura vita. Però ora sono qua.

 

Ci sono diverse organizzazioni che propongono programmi di studio all’estero; io non ho scelto Intercultura, nonostante il Liceo Moreschi sia fra le scuole che la supportano. Io sono partita con WEP e mi trovo molto bene, ma le possibilità sono parecchie (EF, YouAbroad e molte altre).

Tutto il processo precedente alla partenza viene guidato dall’organizzazione: per quanto riguarda me, ho dovuto compilare lunghi questionari, incontrare uno psicologo, fare un “esame” di inglese (necessario solo per alcune destinazioni, è solo per verificare che lo studente abbia un livello base, non è complicato), scrivere una lettera alla nuova famiglia, andare al consolato per il visto e molto altro.

Poi non resta che aspettare che arrivi la telefonata del “ti è stata assegnata una famiglia”, e dopo quella che arrivi il momento di partire e iniziare l’avventura. Io ho saputo la mia destinazione verso fine aprile, ma è possibile che venga assegnata solo una settimana prima di partire (ho amici a cui è successo).

 

Il volo, per me, è stato lungo e solitario (spesso si viaggia con altri ragazzi, ma io per un cambio di data ho preso ben tre aerei da sola, volando per circa 14 ore in totale).

Quando sono arrivata, c’era la mia nuova famiglia al completo ad aspettarmi. In seguito ho chiesto alla mia host-mum in che modo mi avesse scelto e lei mi ha guardato stranita, dicendo che le ero stata proposta solo io, senza possibilità di scelta. Credo di essere stata molto fortunata, perché questa famiglia è fantastica.

Sono finita nello stato più piccolo degli Stati Uniti (più piccolo della Valle D’Aosta); è sulla costa orientale, in una zona chiamata New England. Viviamo a circa 20 minuti da Providence, da cui posso prendere il treno e andare a Boston in un’ora oppure a New York in tre. Però la nostra casa è sperduta fra i boschi, per muovermi ho sempre bisogno della macchina.

Io speravo di finire in uno stato caldo, in una cittadina, così da essere abbastanza indipendente; qua invece fa freddo e non posso muovermi se non accompagnata (i mezzi pubblici non esistono). Eppure, non vorrei essere da nessun’altra parte. Ho una sorella di 15 anni e un fratellino di 4, con i quali mi trovo benissimo; i miei host-parents sono gentilissimi e organizzano viaggi e uscite per farmi visitare diversi posti, inoltre la mia hostmum mi accompagna sempre ovunque io ne abbia bisogno.

Vengo da una famiglia in cui sono figlia unica e l’unico animale domestico è una tartaruga d’acqua; da circa tre mesi vivo con un Weimaraner (cane di taglia grande) e un gatto che dorme con me (letteralmente: mi è capitato di dormire con la testa appoggiata su di lui usandolo come cuscino, senza accorgermene). Devo anche dividere la stanza con la mia host-sister, partecipare alle faccende domestiche e spesso curare il mio fratellino.

Questo è solo per chiarire quanto questa vita “statunitense” sia diversa dalla mia vecchia (vera?) vita.

Nonostante tutto, ora non posso immaginare di vivere diversamente, e spesso mi sembra di aver sempre vissuto qua.

 

La scuola è facile. Probabilmente lo sapete già, ma lo ripeto perché la mia esperienza me l’ha provato: ho appena cambiato alcune classi (all’inizio dell’anno si possono scegliere le materie da seguire) perché erano troppo facili e i miei insegnanti mi hanno consigliato di seguire corsi più difficili, così da non annoiarmi in classe ed avere più crediti.

Le materie possibili sono diverse; le scuole più grandi propongono un maggior numero di classi e di sport. Allo stesso tempo, però, è più difficile fare amicizia, se si incontrano persone diverse ogni ora (cosa possibile, se nella scuola ci sono molti studenti). La mia scuola è piccola, ci sono solo 500 per l’high school, quindi non avevo una grandissima possibilità di scelta, però conosco quasi tutti, fra le diverse materie e lo sport. Quando dico “non grandissima” intendo che ci sono solo Creative Design, Robotics, Programming, Child Developement, Food,Gymnastics, Art (diversi tipi),Economics, tutti i diversi tipi di Matematica e Scienze (aritmetica, geometria, fisica, chimica, biologia, anatomia sono tutte classi diverse), Storia, Inglese, e probabilmente altre che ora non mi vengono in mente. Per ogni classe ci sono diversi livelli di difficoltà. So che questa sembra una lista della spesa, ma voglio dare un’idea delle numerose possibilità che ci sono anche nelle scuole più piccole.

Credo che tutta l’idea della scuola sia diversa qua, a partire dagli insegnanti, più giovani e con i quali si ha un rapporto amichevole, fino allo sport, che è molto importante (anche se viene comunque dopo la scuola) e viene praticato direttamente a scuola, cambiando ogni stagione e con costi ridotti.

Tutto quello che ho detto potrebbe non essere vero ovunque, perché ovviamente ogni scuola è diversa e ogni stato è molto diverso dall’altro. Lascio a voi la possibilità di decidere se sia meglio la scuola italiana o quella statunitense; ovviamente dopo aver terminato la vostra esperienza qua.

 

Per finire, voglio dire che non credo che tutti siano capaci di partire e vivere per un anno in una nuova famiglia, con usi diversi, stando lontano dalla propria casa e dai propri affetti. C’è chi proprio non ci pensa; se ci avete pensato anche solo una volta, allora potete farcela. Non è una passeggiata né una vacanza, non vi posso dire che tutto andrà bene. Serve uno sforzo, a volte più grande a volte meno, per sorridere quando non ne avete voglia, per rispettare regole che vi potrebbero sembrare inutili, per costruire nuove amicizie sapendo che avete quelle vere e ormai consolidate in Italia. Parlare in una lingua che non è la propria e passare per stupidi la maggior parte delle volte, solo perché non ci si riesce ad esprimere come si vorrebbe.

Dovete essere flessibili e consapevoli che siete voi gli stranieri, siete voi che dovete cambiare le vostre abitudini (magari anche le vostre idee, ma solo se lo ritenete necessario). Adattarsi e trovare il lato positivo in ogni situazione.

Credo (spero) che alla fine un’esperienza del genere, nonostante sia diversa per ognuno, aiuti tutti a crescere, in ogni campo. Però io sono qua da solo 3 mesi e ne ho ancora parecchi davanti; darò una valutazione generale solo alla fine.

Per ora vivo la mia vita costruendo nuove amicizie, scoprendo qualcosa di nuovo ogni giorno (c’è sempre qualcosa di nuovo), studiando in una lingua che è ormai quella in cui penso, facendo allenamento tutti i giorni (all’inizio era pallavolo, da poco ho iniziato cheerleading) e ridendo parecchio.

 

G. C.

 

 

 

 

 

 PROUD TO BE A LONGHORN

 

 

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Armadietti, palestre, cheerleaders, il cambiare classe a ogni lezione… Era questo che, come tutti, avevo in mente prima di partire, ma ora che frequento una vera scuola americana mi sono accorta che queste cose, che a noi sembrano comunque “da sogno”, la rappresentano solo in minima parte. Negli Stati Uniti, infatti, la scuola è molto, molto coinvolgente, e la vita sociale degli studenti dipende quasi interamente dalla varietà delle iniziative che vi vengono proposte.Da dove comincio? Per esempio, dall’homecoming week, durante la quale ogni giorno ha un tema e tutti si devono vestire di conseguenza. Nella mia scuola quest’anno erano ‘Merica monday, Tie Tuesday, Wicky Wednesday, thrift shop Thursday e, di venerdì, Extreme blue and gold perché c’era la partita di football e l’oro e il blu sono i colori della scuola. Una cosa bellissima è che un paio di volte all’anno la scuola organizza la Blood Drive, una giornata in cui gli alunni prendono il permesso di assentarsi per qualche ora per andare in una delle due palestre a donare sangue. Ognuno dona e, se non può, trova qualcun altro tra amici e parenti che lo faccia per lui. In genere possono partecipare tutti quelli che hanno almeno16 anni e non hanno una partita da giocare lo stesso giorno.A proposito di partite, i professori tengono molto che gli alunni facciano parte delle squadre della scuola o che vadano a fare il tifo per loro. Mi ricordo che, le prime settimane di scuola, prima di un incontro di football la professoressa di matematica ci ha detto: “Chiedetemi tutto quello che non avete capito perché non voglio che andiate alla partita pensando alla verifica di domani”. E il professore di economia si è addirittura lamentato perché vuole che più studenti vadano a sostenere i giocatori di basket e di pallavolo. Ve lo immaginate qualcosa di simile da noi? Ma le differenze non finiscono qui.In Italia per “difendere” la propria scuola si dice che è più difficile delle altre. In America non interessa quanto un istituto sia più impegnativo perché i ragazzi sono comunque orgogliosi di farne parte. È anche per questo che ogni scuola ha una mascotte: quella della mia scuola è la tipica mucca texana, il longhorn, e tutti qui dicono “once a Longhorn always a longhorn” o “proud to be a longhorn” o “you wish you were a longhorn” perché sono proprio fieri di esserlo.

 

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Ogni mattina, all’inizio della seconda ora tutti si alzano e recitano la preghiera per la bandiera della Stati Uniti seguita da quella per la bandiera del Texas e da qualche secondo di silenzio. In ogni aula si trovano entrambe le bandiere e, mentre pregano, alunni e professori le guardano mettendosi una mano sul cuore. Se non sei in classe devi trovare la bandiera più vicina e fermarti per il giuramento.Rispetto all’organizzazione ci sono molte cose interessanti. Per esempio il fatto che in ogni giornata scolastica (che dura fino alle 15:30) le materie si ripetono nello stesso ordine. Io ho 8 classi al giorno, che si mantengono uguali per tutta la settimana: ogni giorno alla prima ora ho storia, alla seconda fisica, alla terza inglese e così via. La scelta delle materie dipende da cosa vuoi studiare dopo, ma è comunque obbligatorio seguire tutti e quattro gli anni inglese e matematica e, almeno un anno, arte. Nelle scuole pubbliche i libri te li fornisce la scuola e a fine anno li restituisci. La biblioteca è dotata di diversi computer e tutti possono usarli (tant’è che ogni studente ha il proprio account), così come la stampante; se non hai una stampante a casa basta che fai la ricerca fuori da scuola e la mattina arrivi un po’ prima e la stampi. In più qui nessuno prende ripetizioni private dal momento che i professori dopo le lezioni si fermano ad assisterti con i compiti rispiegando a chi non ha capito bene qualche argomento (e ovviamente gli alunni non devono pagare), oppure si rendono disponibili a recarsi a scuola prima per aiutarti (ma questo non vale per tutti i professori).Nonostante tutto le scuole italiane sono sicuramente più difficili e probabilmente preparano meglio. Però… Però sarebbe bello se si organizzassero come quelle americane e spingessero gli alunni anche nello sport, a donare il sangue o a fare teatro. Sì, sarebbe davvero perfetto.

C.V.